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Review of by Stefano L — 19 Jun 2013

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Fra tutte le pellicole dedicate alla cultura hip hop old skool, questa, sicuramente, è la migliore, e quella che rappresenta meglio lo spirito "street style" dei giovani newyorkesi degli anni ottanta, "discepoli" di questa "nuova onda" dei ghetto, la quale cambiò per sempre il modo di concepire e realizzare musica.

Il contesto che viene messo in luce si allontana parecchio dai luoghi comuni della comunità afroamericana. New York City si discosta notevolmente da quella città patinata di matrice hollywoodiana, e la regia ci mette sotto gli occhi un Bronx che, fino a quel momento, era quasi completamente inedito al pubblico del vecchio continente: quello delle jam session a ritmo di scretch e tecniche di turntablism organizzate negli edifici abbandonati, degli originali MC che si esibivano alle feste con il loro avveniristico freestyle ed I beat-boxer, o delle gare di danza fra I giovanissimi gruppi di break dancer come I Rocksteady Crew, e I New York City Breakers.

Guy Davis invece interpreta uno dei primi disc jockey che cominciarono a produrre musica in prima persona con l'uso di pattern e sintetizzatori (prima forma di house music?). Il genere, più che il Rap nello stampo più classico, è prevalentemente l'electro funk: sotto-genere dell'hip hop, ormai estinto, che univa la metrica del break tempo con I suoni delle Roland 808, particolarmente in auge nelle discoteche americane poco prima che si affermasse definitivamente, nella tarda metà del decennio, la Chicago House di Marshall Jefferson e Steve "Silk" Hurley (se vi volete fare un'idea del tipo di sound, vi consiglio di ascoltare in streaming la radio "WBMX hot mix classics").

Naturalmente, l'inventore di questo stile di dance music, Afrika Bambaataa, fa la sua bella comparsa in una scena all'interno del Roxy assieme ai suoi "Soulsonic Force" (dai vestiti veramente buffi!! francamente.

.. tra I "rapper" attuali, chi avrebbe il coraggio di preparare una performance così bella e divertente?). Ci sono comunque molte altre nostalgiche "meteore" che hanno segnato la nascita e l'evoluzione di questa corrente.

C'è anche una parte drammatica, legata alla storia di un giovane "graffiti writer" portoricano, ed una sottovicenda romantica, focalizzata sul legame tra il già citato dj e una studentessa, coreografa in un prestigioso college (Rae Dawn Chong, l'unica attrice "famosa" che ho riconosciuto).

Lo script, ad ogni modo, non si allontana troppo dalla sua natura di estrazione televisiva (il regista di Beat Street ai tempi fu molto attivo nell'ambito delle serie tv statunitensi). Storico e musicalmente sorprendente il finale, all'insegna di quello che fu l'ecletticismo multiculturale della grande mela.

This review of Beat Street (1984) was written by on 19 Jun 2013.

Beat Street has generally received positive reviews.

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