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Review of by Catcarlo — 19 Mar 2014

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La genesi di ‘Mary Poppins’, film amato da generazioni di ragazzi in tutto il mondo (ma non dal sottoscritto), fu lunga e travagliata: non tanto perchè fu il primo lungometraggio disneyano con attori in carne e ossa, quanto per I bastoni messi tra le ruote da P.

L. Travers, la scrittrice britannica autrice dei libri dedicati alla supergovernante. Il corteggiamento per avere I diritti richiese molto tempo e I paletti messi dalla scrittrice per la trasposizione – no al musical, no all’animazione, no al rosso – furono infine forzati da Walt in persona vincendo la scommessa commerciale, ma assicurandosi il risentimento a vita della donna.

Il film racconta questo lungo lavoro di convincimento (e un po’ di coercizione), concentrandosi principalmente sulla trasferta hollywoodiana di Travers, che si ritrova catapultata in un mondo che non capisce – o che si rifiuta di capire – con quasi solo l’eccezione del rapporto che nasce con l’occhialuto autista Ralph.

In parallelo, c’è la narrazione della genesi autobiografica di ‘Mary Poppins’ attraverso I flashback che illustrano il tenero rapporto dell’autrice con il padre durante la di lui discesa verso la rovina e la morte nell’Outback australiano: la rivolta del signor Banks – il padre dei ragazzi affidati a Mary – è la rivincita regalata al proprio genitore per interposto personaggio.

Questo doppio binario è il punto debole più evidente della pellicola: il dramma che si svolge nei ricordi mal si combina con il tono in prevalenza di commedia del filone principale anche perché la rappresentazione è di maniera, malgrado la fotografia da cartolina (John Schwartzman è il responsabile della parte visiva) e le sentite interpretazioni di Colin Farrell e della giovane Annie Rose Buckley.

Lascia poi perplessi che la sceneggiatura (di Kelly Marcel e Sue Smith) tratti in modo così frettoloso la figura di zia Ellie (Rachel Griffiths), che sta alla base della figura di Mary Poppins, anche se non riesce a ‘mettere a posto le cose’: ben diversi sono il ritmo e la godibilità della narrazione al ‘presente’, dove la bravura degli attori e la possibilità di giocare con le situazioni più contrastate aiutano ad alzare il livello in modo considerevole.

Il lavoro quotidiano della costruzione del film – le musiche, l’animazione, le caratteristiche dei personaggi (dal signor Banks alla discussione sul nome da dare a sua moglie) – si scontra con I dubbi di Travers, ma è costantemente supportato dall’incoraggiamento e dalla partecipazione di Walt in persona.

Ovviamente il tutto è edulcorato, ma sarebbe anche stato difficile pretendere che un film disneyano parlasse male del padre fondatore, e c’è qualche forzatura che però migliora la resa drammatica (Disney non andò mai in Inghilterra per convincere la riottosa controparte, ma la telefonata reale avrebbe avuto molta meno efficacia sullo schermo), ma in questa parte il film sa coinvolgere fino a culminare nella scena madre della prima proiezione.

Lo stesso Hancock che filma in modo abbastanza banale il segmento australiano sembra trovare qui un’altra sensibilità, come se fosse più in sintonia con questi momenti: di certo, come già detto, lo aiutano una scrittura più serrata e un cast di notevole sicurezza.

Circondati da impeccabili professionisti fra I quali spicca l’umanità dolente che Paul Giamatti regala a Ralph, Thompson e Hanks interpretano con grande finezza I personaggi principali interagendo con classe ed evitando di prevaricare.

L’attrice inglese riesce a restituire appieno la figura di una donna scorbutica e fragile (scorbutica perché fragile), mentre Hanks si cala a fondo nei panni di un Walt non si sa quanto vicino a quello reale – l’attore è riuscito però a imporre un accenno al fumo che il vero Disney negò sempre in pubblico – ma che, con quella voce calda e suadente, avrebbe convinto anche I sassi.

This review of Saving Mr. Banks (2013) was written by on 19 Mar 2014.

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