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Review of by Catcarlo — 19 Nov 2013

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Una piccola e sonnacchiosa comunità in mezzo ai boschi viene messa sottosopra dalla sparizione di due bambine. Il primo sospettato, Alex, ha un’età mentale attorno ai dieci anni e non sarebbe capace di organizzare un rapimento, almeno da solo: il poliziotto incaricato delle indagini, l’ispettore Loki (sì, proprio come il fratello di Thor), lo lascia andare e inizia una paziente indagine partendo quasi dal nulla.

Keller Dover, il padre di una delle due bimbe, si autoconvince però che Alex (il cui aspetto, in effetti, inquieta un po’) sia in qualche modo colpevole, lo sequestra e non si ferma davanti a nulla per cercare di farlo parlare.

Le traiettorie dei due viaggiano quasi in parallelo fino alla fine, dove, seppure in modo involontario, Dover finisce per aiutare Loki a squarciare l’ultimo velo: nel frattempo, l’ispettore ha ribaltato il classico sasso che nascondeva un verminaio, scoprendo che il paesino, oltre che sonnacchioso, pure un po’ omertoso e comunque incapace di vedere, o ammettere, le brutture che vivono sotto la superficie.

Se Dover rappresenta la violenza che cova all’ombra delle maschere che destano meno sospetti, nelle cantine delle linde casette immerse nel verde sono occultati segreti che pare impossibile che vengano ignorati e il tutto ruota intorno a una religiosità opprimente capace di scatenare demoni incontrollabili: oltre alle patologie psichiatriche, il risultato un inquietante deserto dei sentimenti compresi I genitori delle bambine che, in un modo o nell’altro, si chiudono in se stessi senza riuscire ad aiutarsi a vicenda che mette in seria discussione l’idea di piccola comunità solidale.

Insomma, c’è del marcio in Pennsylvania (ovvero, più genericamente, nella provincia americana) e a testimoniarlo ecco allora tutta una serie di simboli, a volte forse troppo evidenti, a partire dal sacrificio di un innocente cervo già nella prima scena per arrivare ai serpenti striscianti qua e là: uno sguardo critico non certo nuovo ma che non intacca l’essenza del film, anzi contribuisce ad aggiungere ulteriore efficacia a una storia ben scritta e ancor meglio filmata capace di appassionare dall’inizio alla fine malgrado le oltre due ore e mezza di durata complessiva.

Unendo una tensione di stampo con sensazioni opprimenti da ‘Il silenzio degli innocenti’ (tanto per citare un titolo), Villeneuve, assieme allo sceneggiatore Aaron Guzikowski, trova il ritmo adatto per costruire le giuste atmosfere per il genere, oltretutto alle prese con un argomento non facile come sempre quando vengono coinvolti I più piccoli: ne esce una solida struttura filmica immersa in una luce fredda e ormai invernale ben fotografata da Roger Deakins tra uno scroscio di pioggia e una spruzzata di neve (l’azione si svolge nella settimana successiva al Ringraziamento).

Il regista canadese sceglie uno stile essenziale, con la macchina da presa che si muove solo quando necessario concentrandosi spesso sui volti dei personaggi, nel segno di una netta preferenza per l’evoluzione psicologica rispetto all’azione (anche se sarà difficile dimenticare l’impatto emotivo della corsa notturna in macchina di Loki per salvare la piccola Anna): Importante anche il contributo del cast che si distingue per interpretazioni tutte di ottimo livello: le due mamme addolorate Viola Davis e Maria Bello (che forse avrebbero meritato maggiore spazio), l’altra madre Melissa Leo anche al netto di qualche gigionismo di troppo e, soprattutto, I due attori impegnati nei ruoli principali.

L’australiano Hugh Jackman presta il volto a un personaggio complesso come Dover sottolineandone le ambiguità, perché, se vero che non siamo di fronte a un giustiziere della notte, indiscutibile che dietro alla figura tutta segheria e famiglia già si agitasse qualche fantasma ‘prega per il meglio, ma preparati al peggio’ che poi esplode portandolo oltre qualsiasi limite dell’accettabile anche considerando la sua dolorosa condizione.

Di fronte a lui, ci sono I dubbi e la determinazione di Loki, ennesima figura di poliziotto amareggiato dal mestiere che pure, tra errori e incertezze, giunge a una soluzione che non serve certo a rasserenarne l’animo: nei suoi panni, tra misteriosi tatuaggi e un insistito tic agli occhi, Jake Gyllenhaal dà vita a una prova davvero notevole che finisce per farlo preferire, seppur di un nonnulla, ai suoi compagni di avventura.

This review of Prisoners (2013) was written by on 19 Nov 2013.

Prisoners has generally received very positive reviews.

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