Review of Manhunter (1986) by Eric B — 23 Apr 2012
Will Graham, angente FBI sospeso dal suo lavoro a causa di un trauma dovuto all'aggressione del pericoloso psicopatico Hannibal Lektor, viene nuovamente ingaggiato dalla polizia per catturare uno spietato serial killer artefice dello sterminio di due famiglie: Francis Dollarhyde. Graham quindi decide di intraprendere un rischioso metodo d'indagine in cui, con l'aiuto di Lektor, cercherà di immedesimarsi nella mente dell'assassino per capire il criterio con cui sceglie le vittime.
Mann, ispirato dal romanzo Red Dragon del 1981, realizza un thriller psicologico profondo e fuori dagli schemi, che per I suoi tocchi di classe, in certi aspetti supera addirittura "Il Silenzio degli innocenti" (1991). La fotografia eccezionale di Dante Spinotti, che mette in risalto I colori del terrore e del mistero come il verde, il rosso, il nero e il magenta, viene perfettamente combinata ad un audio fantastico che lascia lo spettatore con il fiato sospeso per tutta la durata della pellicola. Brian Cox interpreta probabilmente il miglior Lektor mai apparso sul grande schermo: il suo personaggio cercherà in tutti I modi di abbattere la barriera mentale di Graham (un ottimo Petersen) che separa la razionalità dalla follia. Lektor è un uomo saggio ma privo di qualsiasi principio morale. Dolarhyde è l'indivuduo "imperfetto" e pieno di complessi che si sente accettato e desiderato dalla società, fantasticando con gli specchi che usa per riflettere le immagini delle vittime appena uccise. Troverà però il rimedio alle sue "imperfezioni" instaurando un rapporto affettivo con Reba McClane (l'affascinante Joan Allen): l'operatrice (non vedente) dello stesso laboratorio fotografico in cui Dolarhyde ruba I filmini delle famiglie prese di mira per le sue "trasformazioni".
In Manhunter lo spettatore viene coinvolto emotivamente nella psiche dei personaggi, perfettamente interpretati da un cast sorprendente supportato da una regia superba. Purtroppo nel periodo della sua pubblicazione questo lungometraggio è stato ingiustamente snobbato, proprio per la sua atipicità rispetto ai thriller più formali e consueti: col tempo però attorno alla pellicola si è formata una vera e propria sub-cultura, che spesso prende in considerazione il film di Michael Mann, come la migliore trasposizione cinematografica del capolavoro di Thomas Harris.
This review of Manhunter (1986) was written by Eric B on 23 Apr 2012.
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